Oscar 2015: sangue, sudore e jazz

Negli anni 80 uno dei miei film preferiti era ufficiale e gentiluomo.
Cinema alto.

I motivi per cui lo adoravo erano due, ovviamente il pucciosissimo finale.

Il secondo era il Sergente Foley.

Perche, si, Richard Gere era un figo in divisa da marinaretto, ma sia chiaro, senza uno che gli facesse fare le flessioni nel fango sarebbe rimasto solo un tamarro di periferia.

Quando ho visto Whiplash io ho pensato a questo film, ed è divertente che chiunque ne parli riveda in questa pellicola qualcosa che richiama gli anni ’80.

Per chi non lo sapesse Whiplash è la storia di  Andrew, mamma scappata e papà tenerone.  Da piccolo gli hanno regalato una batteria,  e da  allora il suo sogno è sempre stato diventare un grandissimo batterista jazz.

Andy  studia in una scuola di musica, immaginatevi l’istituto di Fame, in cui insegna Terence Fletcher, temuto quanto ambito professore, che ogni anno forma un gruppo per suonare ai migliori concorsi del Paese.

Terence sceglie Andrew come sostituto batterista, il ragazzo sente di avercela fatta, che la sua bravura è stata finalmente riconosciuta, ma le aspettative di Fletcher sono molto più alte di quanto pensasse. E la sua regola è che <<Non esistono in qualsiasi lingua del mondo due parole più pericolose di: “bel lavoro”>>.

Questo film, piccolo rispetto agli altri in concorso, arriva direttamente dal Sundance. Meno incentrato sul Jazz di quanto si possa pensare, è piuttosto la classica battaglia dell’uomo contro i propri limiti, dove non si lesinano litri di sangue e sudore. Andrew migliora la sua tecnica di batterista con gli stessi metodi con cui Mimì Ayuara si allenava a pallavolo.

Dopo decenni viene riproposta la figura del mentore/allenatore, che forgia le nuove generazioni imponendo loro la famosa gavetta, metafora della preparazione alla vita. Questo filone per molto tempo era stato accantonato, in parte perchè si era sufficientemente esaurito con i  vari addestratori di Marines e maestri Miyagi fino ad essere omaggiato da Tarantino con Pai Mei, in parte perchè ormai una figura come Fletcher rischiava di assumere una connotazione un pò “fascista”.

Nonostante si riescano a vedere al suo interno così tanti riferimenti, Whiplash non è un remake, nè un omaggio, ma un film con la sua storia e con i suoi colpi di scena, spesso inaspettati. Un film godibile che in certi atteggiamenti ci richiama al passato pur restando originale.

Miles Teller porta sullo schermo un  ragazzo normalissimo che ambisce alla realizzazione di un sogno, non è volutamente trasandato, non è nè eccessivamente ricco da sembrare hipster nè particolarmente povero da essere in cerca della rivincita. Semplicemente ha un sogno e cerca di portarlo avanti.

J.K Simmons ha già in mano il mio personalissimo premio oscar, ha creato un personaggio con una grandissima fisicità che non disdegna un pò di tortura psicologica. Il professor Fletcher fin dalla sua prima apparizione si impossessa del film e ne diventa l’anima. Affascinante, carismatico, i suoi peggiori difetti diventano pregi per lo spettatore che si ritrova ad attendere con ansia ogni sua apparizione. Non aspettatevi una evoluzione nel suo carattere e nel suo stile, fino alla fine non troverete  nessun ammorbidimento. Fletcher è così un forgiatore anche di  se stesso e non si dirà mai di aver fatto un bel lavoro.

IMG: Flickr cc by Bagogames

 

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