Una sera in piazza, tra i libri #2

Per il secondo appuntamento “parole Ubikate in mare”, ho seguito la promozione del libro La vita è un ballo fuori tempo di Andrea Scanzi.

E’ La Storia di Stevie, giornalista in una testata imbarazzante, prona al potere costituito e di cui il protagonista non è contento. La sua vita non è messa meglio dal punto di visa sentimentale, innamoraato da sei anni delle barista che ogni mattina gli prepara il caffè, in tutto questo tempo non ha fatto altro che crogiolarsi nel suo sentimento senza tentare un approccio concreto. Attorno a Stevie, oltre ai suoi tre amici e all’ex fidanzata, ruota sopratutto il nonno Sandro, il sosia di Pertini, accompagnato dal fedele cane Clarabelle.  Sarà proprio lui insieme ad un gruppo di vivaci novantenni a spingere Stevie alla rivoluzione sociale ma anche e soprattutto personale.

Questa in modo molto riduttivo, a quanto ho potuto capire è la trama del libro, che, sopratutto a dire dei lettori è molto divertente con personaggi a volte sopra le righe…e con un pizzico di malinconia che non guasta.

L’autore ci tiene però a mettere in luce altre caratteristiche del volume, che non siano ridotte alla sola ilarità che riescono a suscitare i personaggi.

Stevie, il protagonista, è un ragazzo che si lascia vivere, capisce di non aver mai preso in mano la sua vita di aver sempre accettato tutto quello che gli capitava, nell’arco della durata del libro darà una svolta al suo futuro.

Altro elemento importantissimo è Clarabelle, il cane, inserito nel romanzo sia per la capacità che spesso hanno questi animali di distinguere i personaggi positivi da quelli negativi, sia perchè, dice Scanzi, sono un elemento spesso trascinante sia nei libri che nei film.

E qui viene fuori uno dei primi riferimenti letterari dell’autore, Daniel Pennac con il suo ciclo Malussene:

“[…] questa famiglia è molto strana molto bizzarra, il capo famiglia è un uomo che si guadgna da vivere facendo il capro espiatorio […] all’interno di questa famiglia bizzarra c’è un cane si chima Julius, Julius non è mai il protagonista ma se tu togli Julius il libro crolla. I quattro libri franano è come se l’impalcatura avesse bisogno anche di lui, sempre.”

Ma anche Josè Saramago:

“Saramago io lo amavo ancora prima che vincesse il nobel. […] nei libri di Saramago c’è sempre un cane, e il cane nei libri di Saramago è uno che le cose le capisce sempre prima. “

All’interno del libro non sono solo questi riferimenti indiretti a rifarsi alle preferenze dell’autore, ci sono  anche molte delle sue passioni il vino, la musica, il giornalismo, nonostante ciò Scanzi ammette di non aver voluto creare un personaggio autobiografico:

“non c’è un personagio che rappresenta interamente me, io ho sempre detestato i libri  scritti, ancora più dai giornalisti […] non  c’è cosa peggio secondo me di scrivere un libro in cui racconti la tua vita sotto mentite spoglie. […] fa [ Stevie ndK]  il giornalista,  ma quando scrivi il primo romanzo hai bisogno di appoggiarti alla realtà che conosci molto bene. […] mi piace unire le due cose, da un aparte la vita di provincia […] e poi mi piaceva raccontare il giornalismo. […] avevo in mente gli insegnamenti di alcuni grandi scrittori […] penso per esempio ad italo Calvino, […] e ti insegnava che la leggerezza era proprio la chiave di volta per raccontare il mondo. Lui ti insegnava ad utilizzare il tono lieve il tono tenero. […] è chiaro che voi sorridete ma al tempo stesso volevo raccontare la sofferenza di questo tempo storico, ma con il tono lieve della caricatura, della satira “

La storia è surreale, in una provincia inventata, con personaggi bislacchi, ma che spesso riprendono i lati peggiori del Paese in cui viviamo. Nell’arco di una settimana i personaggi cercano di riprendere le redini della loro vita, quando fino ad allora  non riuscivano  nemmeno più ad arrabbiarsi, sebbene, alla fine siano gli anziani ad essere più indignati.

E’ evidente nelle parole dell’autore il forte legame che lo unisce prima di tutto al coprotagonista, nonno Sandro, e legge uno stralcio del libro che, lo ammetto, mi ha fatta lasciare la piazza in lacrime:

quando racconti delle persone non piu’ giovanissime, fatalmente racconti anche le perdite i lutti. In questo libro ad un certo punto il nonno Sandro va al camposanto e ci va un po’ di nascosto non vuole che ci sia gente che lo ascolti. […] Le aveva sempre preferite gialle, Sandro le mise dentro il piccolo vaso accanto  alla foto, lei sorrideva era molto tempo fa. Prima di entrare si era guardato attorno non amava parlare con lei in presenza d’altri, adesso era solo adesso erano soli. L’imbrunire in altre circostanze avrebbe avuto un che di romantico. Fosca era morta sei anni prima, esattamente sei anni prima. Sandro una notte la senti’ come annaspare, qualcosa che non era un semplice russare,  ogni russata  ha il suo ritmo […] Sandro avrebbe riconosciuto tra mille quell’incessante stantuffo di umori e respiri […] e quella notte […] fu come un gorgoglio accennato […] a Sandro era sempre parso che prima di andarsene lei avesse detto qualcosa […] i parenti dissero che era la morte migliore, i medici che non aveva sofferto, Sandro non disse nulla la guardo’ andarsene infagottata in un lenzuolo e tenuta in verticale dalle pompe funebri perche’ potesse passare dalla rampa  troppo stretta delle scale. Trovo’ la scena inelegante e questo in un primo momento lo feri’, quasi piu’ della perdita, la mancanza di eleganza, la sbavatura della sceneggiatura:  a Fosca non sarebbe piaciuto.”

Le opinioni sul libro sono discordanti, cercando on line, è evidente che molti lo hanno adorato, altri detestato, ma in genere questi ultimi solo perche’ lo stile si allontana dal saggio. Tra le parole dell’autore cio’ che ho apprezzato di piu’ e’ proprio il senso di riconoscenza verso la figura dell’anziano, che non va rottamato per partito preso, ma piuttosto ascoltato come fonte di coscienza, come quella parte di noi che avendo gia’ fatto un percorso ci puo’ permettere di guardare avanti.

Non conoscevo Scanzi se non di nome.

Bel ragazzo, con lineamenti che mi ricordano un po’  Massimo Ghini un po’ Alessio Boni, degno di stima da parte mia per il semplice fatto che e’ una persona con molti interessi e varie attivita’: giornalista, presentatore, saggista. Ascoltandolo si capisce subito che ha lavorato in teatro, l’intonazione della voce, il dosaggio dei tempi, l’accento toscano che si percepisce appena.

Eppure qualcosa stride, almeno a gusto mio. E’ bravo e bello, sa di esserlo, ha un ego evidente come molti altri scrittori. Ma di questo ce ne possiamo pure fregare. Ognuno e’ com’e’, se non mi piace non e’ suo problema e io sono libera di voltare la testa altrove.

Cio’ che non amo, e’ che mentre ci racconta il suo libro si intravede il suo porsi rispetto alla societa’ ed alla politica, col modo tipico di alcuni giornalisti molto in voga negli ultimi anni.

Io la penso diversamente da lui, il gionalista, e’ vero, non deve essere prono al potere, io mi aspetto che il giornalista racconti in modo pulito, immediato, un fatto con tutti  suoi risvolti. Lo fara’ dando al suo lavoro molto di se del suo pensiero, ma cio’ non vuol dire che debba essere saccente, eternamente sarcastico e col sorrisino pedante di chi Della vita ha capito il trucco mentre voi poveri scemi…

E’ vero il giornalista non deve assecondare sempre e comunque il potere costituito, ma non vale nemmeno se ti imponi di trovare il “pelo” ogni qual volta il potere costituito apre bocca, solo per il gusto di farlo. Quello e’ l’equivalente della lite a uomini e donne. E’ la trasmissione in cui tutti si parlano addosso senza un minimo di dialogo. Alla lunga rompe le palle o peggio. Di peggio c’è che esiste tutta una categoria di gente che vuole il cambiamento, la rivoluzione, non vuole più sentirsi presa in giro e sa che questo sentimento fa presa su molti.

Purtroppo, e non sono solo io a notarlo, per ora è finita che la gente si prende a legnate ai semafori o in coda al superemercato. E Dio non voglia che passi poi a far cadere le teste.

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