Montage of heck, il documentario su Kurt Cobain

Eravamo a metà degli anni 90, di li a poco mI sarei diplomata, ma non me ne preoccupavo. Il peggio era passato.

Stavamo entrando in classe, io e la mia anima pop e caciarona, e trovammo il mio vicino di banco(*), uno un po’ sfigatino, parecchio politicizzato, polistrumentista e con il grande dono della scrittura  sintetica ma pungente, intento a marchiare un messaggio sulla lavagna.

5 aprile 1994
È morto Kurt Cobain

 

Spero che a questo punto qualcuno non si aspetti la scena di me che scoppio il lacrime, perchè io nemmeno sapevo chi fosse Kurt Cobain. Vabbè è chiaro che sapevo chi fosse, mi capitava di vedere i suoi video in tv, ma non era il mio genere. Io ero ancora in lutto per la perdita di Freddy Mercury, delle sue corone, dei suoi scettri, dei giubbini tamarrissmi, vi pare che potessi perdermi dietro a tre tizi con i capelli poco lavati e i brufoli?

È con questo spirito, di chi col tempo ha apprezzato alcuni pezzi bomba, ma che al momento non aveva occhi per quel biondino con i maglioni infeltriti,  che oggi vi racconto il documentario su Kurt Cobain, uscito nei cinema italiani questa settimana e diretto da Brett Morgen.

Cobain: Montage of Heck ripercorre la vita del cantante dei Nirvana, dalla sua infanzia fino al giorno della morte. Per farlo non utilizza solo stralci di concerti ed interviste, ma anzi da maggior spazio a video personali della famiglia, o girati dallo stesso Cobain, il tutto incollato insieme con interviste alle persone che più lo hanno conosciuto e a riprese su appunti e quaderni del cantante, arricchite da alcuni momenti raccontati sotto forma di cartoon.

Tutto ciò ha dato vita ad un  documentario più giornalistico che “semplicemente” musicale, rendendolo fruibile non solo ai fan, ma anche al pubblico un pò più scettico, come me ad esempio.

Il racconto ci porta dall’infanzia felice, all’adolescenza problematica, fino agli eccessi più devstanti che segnarono il cantante, riuscendo a non trasformarsi ne in un atto d’accusa, ne in una sorta di alibi con annessa idolatria.

Kurt Cobain ne viene fuori come una persona dotata, ma problematica. Segnato dal divorzio dei genitori col quale viene distrutto il suo desiderio di una famiglia unita, la sua natura monogama, che è evidente, anche in seguito, nel suo rapporto con Courtney Love.

Questa visione del mondo, dei rapporti famigliari, per quanto lodevole dimostra, che seppur adulto era rimasto uguale a quel ragazzino di sette anni che non riesce ad affrontare l’allontanamento dei genitori e la creazione di una nuova famiglia. La droga lo aiuta a tenere a freno il mal di stomaco cronico, così come a incanalare i suoi tormenti trasformandoli  in disegni, dipinti e canzoni.

Kurt Cobain era una sorta di eterno adolescente, che ambiva al successo ed alla fama, convinto però che i suoi ideali “grunge” di pace e tolleranza, gli sarebbero forse bastati per non finire divorato dalla macchina del commercio musicale.

La purezza dei suoi ideali, priva di quella corazza che distingue l’adulto dal ragazzo, non gli ha permesso di assorbire e ponderare il ruolo di “voce di un generazione”, che per forza di cose finì per rappresentare, accompagnata inevitabilmente dall’astio, di giornali e giornalisti in gara a dare il giudizio più graffiante.

Due le scelte pregevoli:

sfumare il finale evitando immagini morbose sul decesso e/o sui funerali, lasciando l’ultima parola agli stralci dei pensieri di Cobain. E la mancanza di interviste filmate alla figlia, che pure occupa quasi tutta la seconda parte del film grazie ai filmini dei genitori.

 

 

Una bella intervista su questo documentario a Frances Bean Cobain, che è anche tra i produttori la trovate qui

 

 

 

IMG_ 1: da Flickr

 

*Nel caso vi venisse il dubbio, era un cessetto.

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