LaLibreriaIpotetica:#5_TantoValeVivere di Dorothy Parker

L’altro giorno stavo scorrendo un articolo in cui venivano elencati i 100 libri preferiti da David Bowie.

Se scorri una lista di libri ti può capitare sempre di trovare qualcosa, ed ecco che mi cade l’occhio su un titolo. Non una novità in realtà, lo avevo già puntato e appuntato anni fa, ma dopo precchie ricerche, essendo già allora quasi introvabile lo avevo lasciato da parte e perduto nel deposito dei ricordi. (eh si, ho visto inside out)

Oggi, lo segno qui, e dovrebbe restare quasi indelebile. Il titolo italiano, Tanto Vale vivere, si rifà ad una poesia, Resumè, in cui Dorothy Parker elenca con ironia i contro che ci sono nei vari metodi di suicidio, per poi concludere che, appunto, tanto vale vivere.

Il volume in realtà  è una raccolta di storielle, poesie ma sopratutto articoli di Dorothy Parker, appunto.

Nata alla fine del 1800 e morta nel 1967, Dot, dopo un’infanzia non semplicissima, verso i vent’anni si fa conoscere grazie ad  un pezzo scritto per Vanity Fair e subito dopo entra a far parte della redazione di Vogue. In questo stesso periodo insieme ad altri critici, scrittori ed attori newyorkesi fa parte della “tavola rotonda dell’Algonquin” dal nome dell’hotel in cui si ritrovavano, o come la chiamavano ironicamente i suoi membri ” il circolo vizioso”.

Dopo il licenziamento da “vanity”, inizia a lavorare come freelance finchè nel 1925 entra a far parte di una rivista appena fondata, Il New Yorker. Trasferitasi a Hollywood con il marito, le sue posizioni le valgono l’etichetta di  “comunista” proprio nel periodo in cui imperversa il Maccartismo.

Nota da sempre per essere una buona bevitrice, tanto che nella seconda metà degli anni ’50 le sue recensioni per Esquire risentivano parecchio del suo alcolismo, ho avuto in simpatia la Parker dal giorno in cui lessi:

“I love a martini. But two at the most. Three, i’m under the table; Four, i’m under the host”

“Amo il martini, ma due al massimo. Tre, e sono sotto il tavolo; quattro, e sono sotto il cameriere”

Ora visto che non è che se la caghino moltissimo una giornalista, sarcastica e  alcolizzata morta negli anni ’60, il libro in italiano è praticamente introvabile (ecco perchè avevo depositato il suo ricordo in un cassetto – l’ho già detto che ho visto inside out no!?), è pur vero che potrei fare la pazzia, optare per  The portable Dorothy Parker ossia la versione in inglese, con una copertina molto più simpatica. Mi godrei molto di più i suoi pezzi senza il filtro della traduzione, anche se probabilmente finirei di leggerlo tra 20 anni.

 

 

 

IMG: da Flickr

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