Amanda Knox, il documentario su Netflix

** dai due asterischi ci sono possibili spoiler

 

 

Come anticipato quando avevo letto della presentazione al Toronto Film Festival eccomi a parlare di questo nuovo documentario che mi mette davanti ad alcune mie morbosità.

Prima di lui c’è stato Making a murderer, prima ancora lo splendido e fortunato The Jinx , e forse è a causa di quest’ultimo che guardiamo con gusto questo genere di prodotti. In fondo al nostro cuore speriamo sempre nel finale rivelatore. Anche quando sappiamo che non c’è. In qualche modo speriamo di carpire qualcosa, un dettaglio, che ci faccia scoprire la verità.

Amanda Knox non finisce rivelando che l’assassino è il maggiordomo in biblioteca col candelabro. Ci mostra qualcosa di più torbido, mostra tutto quel pantano che è stato mosso attorno alle indagini sull’omicidio, che ha contribuito a renderlo quello che è stato: un gran casino.

Brian McGinn, Rod Blackhurst hanno seguito la vicenda a partire dal 2011, l’omicidio risale al 2007, nel documentario troviamo oltre al loro girato, anche immagini reperite dagli archivi dei processi e ovviamente le parti di intervista fatta ai protagonisti principali della vicenda. Della famiglia Kercher, così come di Rudy Guede troviamo invece solo immagini d’archivio.

Il documentario si sviluppa seguendo l’ordine cronologico dei fatti, inframmezzato con le interviste. Se cercate delle soluzioni al caso siete nel posto sbagliato, gli autori hanno la capacità di restare neutrali, anzi riportano la lancetta a metà.

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Amanda è la protagonista,  una specie di “voce narrante”, che racconta la sua storia. Ancora oggi quello che dice fa un po’ acqua: arriva a casa di notte la porta è aperta, controlla solo parte della casa poi fa la doccia, non si preoccupa troppo delle gocce di sangue e solo dopo si accorge del water pieno di feci. Le accuse senza senso a Lumumba e poi il suo comportamento da tutti considerato anomalo. Con lei arriviamo alla fine in cui, come è giusto che sia, non sappiamo darci una spiegazione.

Sollecito, è quasi un comprimario, di certo, questo vale per entrambi, dobbiamo dare atto ai registi di aver dato abbastanza fiducia a queste due persone da renderle meno odiose del solito. Probabilmente per una volta non si sono sentiti accusati.

In questo documentario però, purtroppo, i due protagonisti principali sono altri due, sono coloro che agendo da due pulpiti diversi, hanno seguito e guidato l’indagine.

Da un lato Nick Pisa, giornalista freelance che dall’inghilterra si getta sulla storia come sulla preda. Durante l’intervista appare compiaciuto del lavoro fatto, poco importa se la pressione della stampa ha reso le indagini goffe e troppo veloci nell’ansia di consegnare un colpevole. Lo ricorda con soddisfazione,  la stampa stava facendo pressioni e la giustizia italiana pensava di dover fare “bella figura”, lo dice in italiano. Con lo stesso piglio di quando probabilmente pronuncia il nome di piatto di pasta tipico. E’ compiaciuto e sicuro di essere nel giusto quando, messo di fronte al fatto che alcune cose che aveva scritto poi si erano rivelate non vere, sostiene che un vero giornalista deve pensare allo scoop e riportare quello che gli raccontano, non deve perdersi e verificarne la veridicità.

Dall’altro la giustizia italiana, nella figura di Mignini, esordisce dichiarandosi grande fan di Sherlock Holmes e un cattolico praticante. Lui è sicuro della colpevolezza del Knox, ci sono gli interrogatori, lei che si contraddice, che ha comportamenti strani, una sessualità promiscua, oltre che tendenze anarcoidi verso le autorità. Poi c’è il coltello col sangue di Meredith e piccole tracce di Amanda.

Tra titoli scandalistici e pregiudizi alla fine saremmo tentati a simpatizzare per la Knox, se non fosse che qualche mese fa abbiamo avuto un altro punto di vista, con alcune rivelazioni sul caso nell’ottima prima puntata di Storie maledette in cui Leosini incontra Rudy Guede.

Per approfondire, Studio riporta le varie opinioni dai giornali stranieri.

 

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