Louisa (o di come imparai ad amare la lettura): Marcovaldo o le stagioni in città

“Migliorando le competenze delle persone, la lettura aiuta a ridurre le disuguaglianze. Accrescendo la comprensione, la lettura accresce la tolleranza. E, quindi, migliora l’intera società.”

Inizio così con una frase di Annamaria Testa, nell’articolo linkato,  in cui analizza i modi in cui negli anni in Italia e all’estero hanno promosso la lettura.

Ho inserito questa frase perchè Louisa nasce appunto da questo: come, chi, e quali libri mi hanno portata  dall’avere un rapporto nullo all’amore per la lettura.

Marcovaldo è uno di quei libri che ai miei tempi, primi anni 80, trovavi sicuramente in parte nelle pagine del sussidiario, in genere venivano  ripresi gli episodi più divertenti e questo ti spingeva, in teoria, ad andare a leggerti il libro intero custodito nella bibliotechina di classe. In pratica il libro era sempre in prestito e non lo trovavi mai.
Italo Calvino, l’autore di Marcovaldo, l’ho praticato poco.  Titoli come Il barone rampante o Il Visconte dimezzato sono riuscita a sfangarmeli per tutta l’adolescenza a favore di opere come I malavoglia o La Storia. Mia cugina per dire, finita nelle grinfie di un liceo scientifico serio ed esigente se li è dovuti puppare tutti e due e non ne parlava bene. Solo piu’ avanti su consiglio di un ‘amico’ andai a comprare Se una notte d’inverno un viaggiatore e Palomar:  Il primo l’ho abbandonato dopo poche pagine, mentre Palomar l’ho finito, ammetto con fatica, ma anche con una certa curiosità perché piu’ volte leggendolo mi sono ritrovata nel suo protagonista. Entrambi sono collocati oggi su una mensola e quando li incrocio mi fissano,  con quell’aria un po’ grave di chi è li a ricordarmi che un giorno dovrò tentare di riprovarci.
Ma questa è un altra storia, stavo dicendo che Marcovaldo alla fine, nei lontani anni ’80, non ero riuscita a leggerlo per intero e quindi qualche mese fa l’ho ascoltato in audiolibro.
Ora, a parte l’effetto madeleine su i racconti sentiti anni fa, di cosa parla questo libro?
Calvino ha dato a Marcovaldo il compito di descrivere l’italia industrializzata e tutti i suoi contro. Marcovaldo è la versione letteraria del ragazzo della via gluck, ma meno figo.
Un uomo che lavora in fabbrica, una moglie, svariati figli,  i conti che spesso non tornano e la città. La città è grigia, fredda e ostile.
Per contro Marcovalo è un sognatore, una persona  semplice,  spesso ingenuo, che rappresenta l’uomo vessato dal lavoro e dalla cruda realtà della città. Lui è amante della natura, delle cose semplici e cerca di ritrovarle in qualche modo e con scarsi risultati, tra semafori aiuole e palazzi, ma nel corso della sua ricerca finisce sempre per fare la figura dello strambo. Stramberia, la sua, che se nei primi racconti fa sorridere forse con un certo senso di superiorità, andando avanti trasforma le risatine in un sorriso malinconico.
E  niente,  questo per dire che forse Marcovaldo è stato uno dei pochi libri proposti a scuola ad  avermi stimolato qualcosa e quella sensazione che provavo allora l’ho riprovata quando ho deciso di ascoltarlo per intero.
In qualche modo sentivo quel misto di risate e fastidio. Sì,  perché il protagonista di questo libro io l’ho sempre segretamente detestato.
Lo dico col senso di colpa di quando pensi che potresti aver bullizzato qualcuno, ma anche con la soddisfazione di quando ti togli un peso dallo stomaco .
Lo detestavo e lo detesto tuttora nella sua totale incapacità di seguire ed adattarsi ad un progresso doloroso quanto auspicabile. Mi infastidisce oggi più di allora quando penso che nonostante la provenienza da un ceto basso viveva in un’epoca in cui c’era possibilità di progredire economicamente e invece lui perdeva tempo con la testa tra le nuvole. Non vuole essere una considerazione politica la mia, proprio perchè quello che ho provato oggi lo provavo a 7 anni, e a 7 anni,  lo posso assicurare, non avevo alcuna consapevolezza politica.
Semplicemente  ho sempre invidiato in qualche modo una realtà che non conoscevo, quella grigia dei palazzi e dei semafori e del traffico che mi ha sempre suscitato bellissime sensazioni malinconiche, mentre sto cretino pensava a funghi, prati, conigli di cui io ero circondata e trovavo sciocco sentirne la mancanza.
Eppure non posso fare a meno di ricordare, con un senso di gratitudine, questo libro, che mi ha fatto conoscere una parte di me e che in qualche modo mi ha fatto pensare  che in fondo i libri non facessero tutti  schifo o non fossero tutti noioisi.
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