A pranzo con Orson – Conversazioni tra Henry Jaglom e Orson Welles a cura di Peter Biskind

Possiamo credere a Orson Welles?

Viene da chiederselo leggendo questo libro. Welles era un affabulatore, giovanissimo si fece conoscere per il suo programma radiofonico La guerra dei mondi, episodio con cui verrà assillato per tutta la vita ad ogni intervista rilasciata. E’ normale chiedersi quanto in ciò di cui leggiamo ci sia di vero.

Ma vediamo di cosa parla A pranzo con Orson:

All’inizio degli anni ’70 Henry Jaglom, regista, sceneggiatore e drammaturgo anglo americano si rivolge ad Orson Welles proponendogli di recitare nel suo primo film, Un posto tranquillo, dopo un primo momento di indecisione Welles accetta perchè la parte è quella di un illusionista.

Nel ’78 Jaglom e Welles si incontrano al ristorante Ma Maison, il creatore di Kane era ormai obeso, Hollywood gli aveva girato le spalle e questo l’aveva gettato nella depressione, lui e Jaglom diventano amici e il più giovane presto si trasforma in un mix tra amico, confessore agente, cercando di aiutare Welles a portare avanti i suoi progetti. Da li in poi i due si incontrano sempre allo stesso ristorante, poi ametà degli anni ’80 Welles propone a Jaglom di registrare le loro conversazioni, a patto che il registratore venga occultato all’interno di una borsa, invisibile agli occhi di Orson.

Nel 2013 esce per la prima volta questo libro curato da Peter Biskind, nel quale il critico cinematografico ha preso in rassegna i nastri di Jaglom e li ha rimessi su carta. Le parti di difficile interpretatazione sono state “tradotte” dal curatore e il tutto arricchito inervistando Jaglom e sistemate con il suo benestare.

Il volume è diviso in due parti, la prima racchiude il contenuto dei nastri del 1983, la seconda si svolge invece nell’84/85 fino alla morte improvvisa di Welles.

I vari capitoli trattano alcuni argomenti specifici, vanno da alcune considerazioni su i  colleghi attori, il suo timore per l’aids, racconti sul passato di Hollywood oltre alle costanti preoccupazioni del regista in merito a vari lavori che aveva in mente o per cui aveva già richiesto finanziamenti ma che stentavano ad arrivare o su cui nutriva dubbi.

A pranzo con Orson chiaramente non è la classica biografia di un personaggio, ma piuttosto uno spaccato di un breve periodo, su cui resta a volte anche il dubbio della veridicità di quanto viene detto. Probabilmente sono reali le preoccupazioni lavorative del regista che pur restando osannato in Europa spesso non trovava i fondi per dar vita alle sue opere, e alle sue esigenze di volere le cose a modo suo senza troppi compromessi. Welles i compromessi li faceva, ma non riguardavano i lavori a cui teneva, poteva fare pubblicità scadenti, comparsate e quant’altro ma tutto era al fine di procacciarsi denaro per vivere e per poter realizzare ciò a cui teneva veramente senza dover accettare imposizioni in fase di lavorazione che potessero distruggere la sua idea di un film.

Per il resto spesso spara a zero su molta Hollywood compreso Peter Bogdanovich, che scrisse la sua biografia su sua stessa richiesta, su Richard Burton che secondo lui si lasciava manipolare dalla Taylor. Ma aveva da ridire anche su  Spencer Tracy e Bogart, il primo perchè irlandese e Orson sostiene di detestare gli irlandesi, il secondo perchè a suo dire era un vigliacco, ma ovviamente non si ferma a questi nomi ma pontifica anche contro qualsiasi attore e attrice trovasse fisicamente ripugnante. Sparava a zero anche su stesso, Orson Welles, perchè questo era lui, un ex bambino prodigio, cinico, simpatico e stronzo.

 Ne viene fuori la conferma di un attore e sopratutto autore all’avanguardia rispetto ai tempi in cui viveva. Poco amato da Hollywood adorato in Europa, ma che suscitava i timori degli investitori proprio per questa sua costante mole di idee e progetti che lo spingevano spesso ad abbandonare il precedente ad un passo dalla fine per gettarsi su quelli successivi.

A suo vantaggio questo libro ha la capacità di aver racchiuso molta della simpatia di Orson Welles che raramente frena le proprie opinioni, ma le esterna con schiettezza e cinismo. Welles a volte appare razzista, omofobo persino sessista, ma riesce a suscitare in chi lo legge anche divertimento proprio per quel modo burbero con cui amava esprimersi. Lo suscita se avete senso dell’umorismo, se invece leggendolo vi incazzate poveri voi.

 

 

Irene Dunne era una beghina, tanto brava cattolica del cazzo che mi veniva voglia di prenderla a calci. Così virtuosa, sempre pronta a capitanare gruppi pro censura e affini. Conservatrice, in quell’orribile senso cristiano-cattolico che trovo insopportabile”

 

“[…]Credevo che così avrei fatto breccia con Katie…invece scoprii che non potevo far di peggio! […] Kanin disse che lei e Tracy vivevano insieme…Visto che se la faceva con tutta la città a ruota libera.  La Hepburn? Alla faccia! Stavo girando Quarto Potere. L’avevo vicino, al trucco; si preparava per Febbre di Vivere. E con dovizia di parolacce raccontava di come la sbatteva Howard Hughes. Ai tempi nessuno parlava così, tranne Carole Lombard: per lei era naturale non sapeva esprimersi in nessun altro modo. Invece Katie, con quel suo accento da collegiale di buona famiglia, era come se avesse scelto di parlare così. Anche Grace Kelly ci ava dentro in camerino, quando nessuno guardava…ma poi non lo andava  a dire. Katie era diversa. Era una ragazza libera. Come quelle che ci sono adesso.”

 

 

 

 

A pranzo con Orson – Conversazioni tra Henry Jaglom e Orson Welles a cura di Peter Biskind [ed. Aelphi]

ISBN[978-88-459-2995-3

 

IMG: Wikipedia

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