Chi passa, chi resta, chi manca. Personale classifica di metà 2017.

Stavo pensando, qualche settimana fa, che le classifiche sono una roba da dicembre, però è vero che a fine anno tendi a considerare quello che hai fatto da settembre in poi e col cavolo che ti ricordi di quello che è successo a gennaio. Quindi butto giù una classifica di “metà mandato”, a costo di sembrare un po’ scema e perditempo come quel protagonista del libro di Hornby che mi stava tanto simpatico a 16 anni e che a 30 avrei strangolato a mani nude.

 

 

Categoria libri, stravincono le riletture e i classici mai letti:

  • I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, perchè dopo anni dalla rottura di palle scolastica lo si apprezza meglio. Si vedono nuovi lati positivi, si riconfermano quelli negativi e il canovaccio rimane valido anche oggi.

I protagonisti si innamorano e vorrebbero sposarsi, ma lei, col consueto fascino da gattamorta, viene presa di mira dal più ricco del paese, Don Rodrigo, che  impedisce le nozze mandando un gruppo di zarri amici suoi a fare i bulli con chiunque. Soldi e potere hanno la meglio e i due sono costretti a separarsi e scappare. Renzo, grezzo e incazzoso ed evidentemente arrapato finisce risucchiato in un corteo a sfondo politico che  gli costerà una segnalazione alla giustizia. Lucia prima sarà ospite presso una monaca di clausura, tanto potente e rispettata per le sue origini nobili quanto incazzata col mondo per esser stata costretta con la forza a prendere i voti. Gertrude, diventata amante di un galeotto, con cui s’è macchiata anche dell’omicidio di una novizia, non disdegna di consegnare la fastidiosa Lucia al suo uomo, attualmente al soldo di Rodrigo. Intanto Renzo, che non è proprio un uomo di mondo, è costretto a cercare rifugio muovendosi di notte tra i campi. Lucia viene consegnata al più stronzo della zona, per rendere l’idea della sua cattiveria resterà Innominato (quei nomi tipo Sauron, per dire), lui già propenso di suo a smettere con la malavita vede in Lucia un segno divino e la lascia libera. Intanto  Milano e le zone limitrofe, già in ginocchio per la carestia e a soqquadro per le solite inutili proteste del popolo, a causa della stupidità dei governanti vengono colpite dalla peste. Nel male l’epidemia può dove nessun altro avrebbe potuto, colpisce indiscriminatamente ricchi e poveri, buoni e cattivi, alcuni si salvano molti muoiono tra dolori e bubboni. Visto che Manzoni lascia potere alla divina provvidenza, da a Rodrigo e alla sua banda una fine di sofferenza e malattia, la pia Lucia invece guarisce e si da al servizio presso il lazzaretto. Renzo che inizia a far buon uso delle batoste della vita continua la ricerca della sua promessa scansando le fregature. Renzo e Lucia si ritrovano.

Era stato battuto, lo sapeva, ma niente in lui si era spezzato. Capì, una volta per tutte, di non avere nessuna possibilità su un uomo dotato di bastone. Aveva imparato una lezione che non avrebbe scordato per tutta la vita.

 

Conosceva la morte come cessazione di movimento, come un passar via e scomparir dalle vite dei vivi. E sapeva che John Thorton era morto. Questo lasciò in lui un grande vuoto, qualcosa simile alla fame. Ma un vuoto che non cessava di fargli male e che nessun cibo poteva riempire.

  • Il Nome della Rosa di Umberto Eco, è uno di quei romanzi che la prima volta diventano “il mio libro preferito”, poi però non lo puoi più dire perchè poi sembra che la letteratura si sia fermata li, però è vero che quando lo leggi riesce a sbaragliare tutti gli altri perchè c’è dentro di tutto e, anche quando sai già chi è il colpevole è sempre bello leggere tutto il pipppone prima. Senza contare che l’illogicità seguita dagli inquisitori la si può vedere applicata nella vita reale e considerate che io l’ho letto pure in due decadi diverse, eppure.

Guglielo da Baskerville e il suo giovane protetto Adso da Melk arrivano presso una abbazia italiana per incontrare un gruppo di Francescani e discutere del futuro dell’ordine che rischia di esser dichiarato portatore di eresia. I due protagonisti si trovano in mezzo ad una serie di omicidi che l’astuto e razionale Guglielmo riuscirà a risolvere rischiando quasi la vita. Intorno il sonno della ragione medievale, la chiesa matrigna la follia degli inquisitori capaci di estorcere confessioni e ribaltare parola o silenzio in loro favore.

  • Tra i più recenti passa il turno A pranzo con Orson, di cui avevo parlato qui, se non altro perchè riesce a dare una visione personale della vita e della figura di Orson Welles.

SerieTv

Allora, qui il podio se lo contendono 13 e Big Little Lies. Ho postato su entrambe tempo fa.

  • Big Little Lies, si sono unite le forze di Jean-Marc Vallèè, Reese Witherspoon, David E. Kalley e Nicole Kidman hanno aggiunto una manciata di attori piuttosto amati e piuttosto fighi e via. Una o due delle scoperte finali ce le siamo trascinate fino in fondo altrimenti sarebbe caduto il castello, ma erano entrambe piuttosto evidenti verso la metà. A far vincere questa serie è stato il contorno, lo ammetto. Sono tutti belli, tutti ricchi abitano in un posto fighissimo eppure la loro vita è incasinata e piena di problemi, tra figli, ex mariti, nuovi mariti amanti amiche, botte e stupri. Con le giuste proporzioni una cartolina della vita un po’ di tutti o quasi.
  • 13 (13 reasons why) si meritava il primo posto, ma più potè lo stile di BLL. Tredici è tratto da un young adult, ci sono dei punti che forse sono di troppo, almeno sul finale, ma glieli perdono perchè è una serie che tocca argomenti delicati nel modo giusto. Nonostante le polemiche in cui si è detto che mostrava il suicidio in modo romantico. Può darsi. Però è anche una serie che ti fa pensare che certe puttanate le hai fatte pure tu e ti è andata bene che non abbiano avuto le stesse conseguenze.
  • Al terzo posto Dear White People, la serie Netflix basata sull’omonimo film del 2014. Prestigiosa università americana, Samantha è una ragazza afroamericana che conduce il programma radio “dear white people” in cui ogni giorno fa notare agli studenti bianchi come un qualche loro comportamento sia di base razzista. Come spesso accade c’è tensione tra comunità bianca e nera, ma tutto rimane nell’ordine delle solite ripicche e accuse tra due gruppi rivali. Anche perchè al di la della lotta civile ognuno dei protagonisti ha la propria vita con i soliti problemi tardo adolescenziali che possono esserci in un’università comunque elitaria. Aggiungiamo che, se i bianchi  posseggono un  razzismo quasi innato e un po’ scemo, la stessa Samantha quando si innamora di un ragazzo bianco ha non pochi timori e fa non poca fatica a presentarlo e farlo accettare dal suo gruppo. Il vero razzismo però esiste e non è una stupida bega tra ragazzi, il razzismo sta annidato nel mondo adulto, e si palesa quando qualcuno trovandosi nel posto sbagliato e senza aver fatto nulla di male viene affrontato dalla polizia del campus a pistole spianate. La serie è, nonostante la tematica, leggera e divertente, presenta in ogni episodio un personaggio raccontandone in qualche modo la storia, e a differenza delle polemiche che l’avevano preceduta di chi la accusava di razzismo verso i bianchi (della serie avere la faccia tosta!) riesce a dare una visione abbastanza ampia delle due comunità. Lo schiaffo arriva alla fine. Nulla di eclatante in fondo, anzi qualcosa che difficilmente possiamo capire sul serio perchè non siamo mai stati giudicati per il nostro colore.
  • Parimerito al quarto posto metto due riconferme, Love, che ancora una volta ha mostrato i lati umani di una storia d’amore.  Master of None di cui avevo parlato, perchè pur con qualche luogo comune e qualche realtà ci ha mostrato come ci vedono da fuori. Nonostante abbia rivolto Dev, il protagonista in una direzione non entusiasmante ha saputo comunque regalare ancora delle puntate “cartolina” della realtà che da sole valgono tutta la serie.
  • Fuori concorso il mio primo mito d’infanzia riportato direi molto bene sullo schermo Anne with an E. Peccato che i sottotitoli di Netflix siano da denuncia, perchè nulla ha da invidiare al più noto cartone animato

Film:

  • Primo posto per un recupero in attesa da anni, Ida, film del polacco  Pawel Pawilkowski che nel 2015 si era acaparrato qualsiasi tipo di premio dal festival del cinema europeo fino all’oscar come miglior film straniero. Bianco e nero, lei novizia cresciuta in convento e pronta a prendere i voti viene spedita nella vita reale per capire se la sua scelta è ciò che vuole veramente. Trova quello che resta della sua famiglia e scopre i segreti legati alla sua sconosciuta origine ebraica. Ida, nella Polonia degli anni ’60 scopre anche l’amore e il dolore che le persone si portano dentro e decide che forse il convento rimane la soluzione migliore. Ida, che sulla carta sembrerebbe una palla mortale, è un film godibile con i suoi colpi di scena al punto giusto.
  • Secondo recupero, The Town. Film del 2010, seconda regia di Ben Affleck, che se notoriamente come attore vira al cartonato è invece un buon regista che s’è preso i suoi premi e i suoi applausi. Prima di questo aveva girato Gone Baby Gone dal romanzo di Dennis Lehane, per alcuni anche migliore. Purtroppo avevo letto il libro e per forza di cose il film non corrispondeva a quello che mi ero fatta in testa. Ma dicevo, The Town è un film di Bostoniani tamarri. Rapine, amore, redenzione, vendetta. E’ un poliziesco bello, con la giusta dose di rabbia e sangue e armi che ci si aspetta quando i protagonisti sono dei ladri di Boston.
  • I don’t feel at home in this world anymore. Distribuito da Netflix, di Macon Blair e il suo esordio da regista è una commedia/ giallo/ thriller che ogni tanto vira all’assurdo per via dei suoi personaggi strambi. E’ finito in classifica perchè l’ho guardato con l’idea che l’avrei interrotto dopo la prima scena invece ha saputo incuriosirmi fino alla fine. Ruth è una assistente sociale un po’ depressa che in seguito ad un furto subito e al totale disinteresse della polizia decide di cercare da sola il colpevole. Inizialmente ha sospetti su Tony, un tizio del vicinato un po’ punk che gira con un cane e dice cose strane, invece Tony diventa il braccio destro di Ruth nella ricerca dei colpevoli. Ora immaginate una tizia semi depressa e un adulto vestito da punk entrambi stanchi di essere bullizzati dalla società. La loro ricerca li porterà ad un finale di avventura un po’ splatter e come tale divertente.
  • Personal shopper, l’ho guardato perchè ha ricevuto pareri contrastanti. Su rotten è medio alto per la critica e basso per il pubblico, su altri siti il pubblico era mediamente soddisfatto. Io volevo vederlo perchè ne hanno parlato come film di fantasmi senza fantasmi e perchè c’è la Stewart che sto cercando di valutare, al netto degli schiaffi che a volte vorrei darle.  Maureen  si trova a Parigi in veste di Personal Shopper di un’attrice famosa, e con l’intento di entrare in contatto con lo spirito del proprio fratello morto di recente. Maureen  e il fratelllo erano gemelli entrambi con una disfunzione cardiaca ed entrambi con una sorta di potere che li fa entrare in contatto con gli spiriti. Il film mostra qualcosa di paranormale, limitato a segnali piuttosto che a terribili apparizioni. il resto è la storia della protagonista e del suo modo di relazionarsi col mondo e con se stessa. Non siamo di fronte ad un capolavoro ma ad un film godibile alla sua prima visione. La Stewart non è male, comunque megli di cafè society, ma se posso farle un appunto è quello di smettere di impersonare se stessa o l’immagine problematica che si vuole dare. La bitch resting face, se non è una posa, non ha nulla di male l’abbiamo in tante, ma rimane fuori dal set, dentro un attore è chiamato a recitare possibilmente non sempre la stessa parte.

 

 

 

 

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